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Il ritorno del nucleare divide gli italiani: uno studio UPO ne analizza le ragioni
Il ritorno del nucleare divide l’opinione pubblica. Uno studio dei docenti DISSTE Carmen Aina, Eliana Baici e Samuele Poy, pubblicato su Energy Policy, mostra come opinioni e atteggiamenti dipendano non solo dalla conoscenza della tecnologia, ma soprattutto dalla percezione di rischi e benefici, dalla fiducia nella scienza e dal peso della memoria di eventi come Chernobyl.
Di Paola Brullo
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Il nucleare è tornato al centro del dibattito pubblico italiano. La crescente attenzione verso la sicurezza energetica, gli obiettivi di decarbonizzazione e l’interesse verso nuove tecnologie in fase di sviluppo, come gli Small Modular Reactors (SMR), reattori nucleari modulari di piccola taglia, ha riacceso un dibattito che sembrava essersi chiuso dopo i referendum del 1987 e del 2011.
In questo contesto si inserisce il nuovo studio pubblicato su Energy Policy, tra le principali riviste scientifiche internazionali nel campo dell’energia e delle politiche pubbliche, firmato da Samuele Poy, Carmen Aina ed Eliana Baici. L’articolo "Explaining attitudes towards nuclear energy in Italy: disentangling key drivers in a joint framework" analizza i fattori che influenzano l’accettazione o il rifiuto dell’energia nucleare in Italia e rappresenta uno dei risultati del progetto di ricerca New Perspectives on the Nuclear Issue in Italy, finanziato nell’ambito del Bando Ricerca UPO 2022.
La ricerca utilizza dati raccolti nel 2024 attraverso un’indagine nazionale rappresentativa della popolazione italiana e si concentra non soltanto sulle posizioni espresse dai cittadini, ma soprattutto sui meccanismi che contribuiscono a determinarle. I risultati indicano un’opinione pubblica sostanzialmente divisa sul ritorno del nucleare, con una lieve prevalenza di posizioni contrarie, ma anche con un livello di apertura e di sostegno in forte crescita rispetto al passato. «Uno dei risultati principali della ricerca – spiega Samuele Poy – è che le opinioni sul nucleare sono solo in parte legate al livello di conoscenza della tecnologia. Un ruolo centrale è svolto dalle valutazioni soggettive dei rischi e dei benefici, oltre che dal riferimento simbolico a incidenti nucleari come Chernobyl, che restano nella memoria collettiva e continuano a influenzare la percezione del rischio. Tra i giovani si osserva una maggiore apertura al nucleare, riconducibile soprattutto a una più alta fiducia nella scienza, più che al minor peso attribuito a eventi catastrofici del passato».
Lo studio evidenzia come molte delle differenze tradizionalmente osservate tra gruppi sociali, generazioni e orientamenti politici si riducano quando si considerano questi fattori. Come sottolinea Carmen Aina: «I risultati mostrano che gli atteggiamenti verso il nucleare non dipendono in modo esclusivo da fattori come informazione o conoscenza, ma riflettono un insieme più ampio di elementi che contribuiscono alla formazione degli orientamenti». Aggiunge Eliana Baici: «Le posizioni dei cittadini riflettono un insieme articolato di fattori che include percezioni e valutazioni soggettive, elementi che devono essere considerati per comprendere correttamente le dinamiche dell’opinione pubblica».
I risultati della ricerca offrono un contributo originale a un dibattito che negli ultimi anni ha acquisito crescente rilevanza nell’agenda energetica italiana. Comprendere come si formano gli orientamenti verso il nucleare può infatti aiutare a interpretare meglio le dinamiche che accompagneranno le future scelte in materia di politica energetica, sicurezza degli approvvigionamenti e transizione ecologica.
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Ultima modifica 9 Giugno 2026
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