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Una Nuova speranza per il trattamento farmacologico dell’infarto miocardico acuto: pubblicato sull’European Heart Journal il lavoro della Cardiologia UPO
L’infarto miocardico è la principale causa di scompenso cardiaco e le malattie cardiovascolari sono la maggior causa di morte. La Cattedra di Cardiologia dell’UPO è dedita alla ricerca per migliorare la prognosi dei pazienti con infarto miocardico e con scompenso cardiaco attraverso la conduzione di protocolli, anche internazionali, dedicati.
Di Redazione
Data di pubblicazione
Un team coordinato dal professor Giuseppe Patti e dal professor Domenico D’Amario, rispettivamente ordinario e associato di Malattie dell’apparato cardiovascolare presso il Dipartimento di Medicina traslazionale dell'Università del Piemonte Orientale, ha pubblicato sulla rivista internazionale European Heart Journal – Cardiovascular Pharmacotherapy un articolo dal titolo “Safety and efficacy of early initiation of sodium-glucose cotransporter-2 inhibitors after an acute coronary syndrome event: a meta-analysis of randomized controlled trials”.
Lo studio, svolto in collaborazione con il professor Gianluigi Savarese, associato di Cardiologia presso il Dipartimento di Medicina del Karolinska Institutet and Heart and Vascular Theme dell'Università di Stoccolma, e il dottor Renzo Laborante cardiologo presso il Policlinico Gemelli di Roma, ha attestato per la prima volta che la somministrazione di una nuova classe di farmaci (gli SGLT2 inibitori o gliflozine) dopo un infarto del miocardio non solo è sicura, ma si associa a un minore rischio di ospedalizzazioni per insufficienza cardiaca durante il follow-up successivo.
Le malattie cardiovascolari e, in particolare, la cardiopatia ischemica rappresentano infatti la principale causa di morte nel nostro Paese, essendo responsabili di più del 40% di tutti i decessi. Chi sopravvive a un attacco cardiaco diventa tuttavia un malato cronico ed è per questo che l’appropriatezza e la tempestività delle cure prestate nella fase acuta in sala di emodinamica con la riapertura della arteria coronaria ostruita e con le terapie mediche in terapia intensiva cardiologica sono fondamentali per migliorare la prognosi di tali pazienti.
«I progetti di ricerca coordinati dalla Cattedra di Cardiologia del nostro Ateneo diretta dal Professor Patti in questo ambito però non si fermano qui – ha dichiarato il Professor D’Amario –. L’ambizioso programma scientifico prevede infatti sia uno studio prospettico con la stessa classe di farmaci somministrati molto precocemente in fase acuta di infarto miocardico in pazienti con ridotta funzione contrattile del ventricolo sinistro, sia l’utilizzo di una nuova molecola con proprietà anti-infiammatorie (Ziltivekimab) nei pazienti con sindrome coronarica acuta».
Nel primo caso, il trial clinico (ARMYDA-DAPA clinicaltrials.gov id) ideato e coordinato dal Professor Patti, sarà svolto nella SCDU di Cardiologia dell’AOU Maggiore della Carità di Novara e in altri 10 Centri Italiani. Per quanto riguarda il secondo protocollo di studio, il Professor Patti sarà il coordinatore nazionale del trial multicentrico, multinazionale ARTEMIS, che prevede l’arruolamento di diecimila pazienti nei prossimi due anni. Lo studio ARMYDA-DAPA ha già arruolato decine di pazienti nel solo centro Novarese e si concluderà entro il 2025. Il trial ARTEMIS invece inizierà nel nostro Paese entro la fine del 2024. Il lavoro del professor D’Amario in UPO ha inoltre implementato numerosi protocolli di ricerca sul “remote monitoring”, anche mediante l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, nei pazienti con insufficienza cardiaca.
«La sfida è ancora aperta e ambiziosa – continua il Professor D’Amario –, ma i docenti della Cardiologia della nostra Università sono pronti a raccoglierla, ponendo il nostro Ateneo all’avanguardia per quel che riguarda non solo la ricerca traslazionale in questo ambito, ma anche il trattamento della cardiopatia ischemica, avendo come obiettivo quello di offrire le terapie più sicure ed efficaci in grado di rispondere alla crescente domanda di cura dei pazienti affetti da infarto del miocardio».
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