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Open Gate alla centrale nucleare. Una giornata da ricordare nel racconto del professor Grassi (UPO)

Docenti e studenti di Fisica dell’Università del Piemonte Orientale hanno visitato la centrale nucleare di Trino Vercellese durante l’iniziativa Open Gate di Sogin. La visita al reattore in dismissione e alla Control Room ha evidenziato l’eccellenza tecnologica e le alte competenze del personale. Il decommissioning è però un processo complesso e lento, gravato anche dalla mancanza di un deposito nazionale definitivo per i rifiuti radioattivi. L’esperienza rimarca la necessità di un dibattito sul nucleare che sia serio, trasparente e basato su solide basi scientifiche.

Di Pietro Antonio Grassi

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Open Gate 2026
Open Gate 2026

credits © SOGIN

Tra le attività dei docenti di Fisica dell’Università del Piemonte Orientale rientra anche un Master di II livello dedicato al decommissioning delle centrali nucleari, organizzato in collaborazione con Sogin (www.sogin.it) e coordinato dalla prof.ssa Marta Ruspa del DISS, docente del corso di Laurea in Fisica Applicata a Vercelli. Lo scorso weekend Sogin ha organizzato l’iniziativa Open Gate, che prevedeva visite guidate alle centrali nucleari di Trino Vercellese, Caorso, Latina e Garigliano. Nel pomeriggio di venerdì era prevista una sessione dedicata a istituzioni ed enti, tra cui Università e ARPA, alla quale abbiamo partecipato con un gruppo di studenti e docenti di Fisica. Era un’occasione davvero preziosa e difficile da lasciarsi sfuggire.

La visita è iniziata con le consuete procedure di registrazione: firma delle liberatorie, briefing sulla sicurezza e spiegazione delle norme di comportamento nelle cosiddette “zone controllate”, aree in cui può esserci esposizione a radiazioni. Per accedervi è necessario indossare un dosimetro personale, capace di rilevare eventuali radiazioni assorbite durante la permanenza. Si tratta di una normale procedura di sicurezza per l’accesso a queste aree e, ci è stato spiegato, durante le visite i dosimetri non hanno mai registrato valori anomali. Accompagnati da tre tecnici della Sogin, abbiamo seguito una lezione introduttiva sulla storia della centrale e sulle attività di dismissione.

La centrale entrò in funzione nel 1965, dopo l’avvio dei lavori nel 1961, e cessò l’attività nel 1987, in seguito al referendum sul nucleare. Come spesso mi accade, la curiosità ha preso il sopravvento e non ho resistito alla tentazione di fare numerose domande — tanto che uno dei miei studenti ha scherzato dicendo: “Professore, ma gli sta facendo un esame di fisica nucleare?”. Uno degli accompagnatori era un fisico, dipendente Sogin fin dal 1971, con un patrimonio di conoscenze vastissimo sul nucleare italiano, e ha risposto con grande competenza a tutte le mie curiosità. Terminata l’introduzione, ci siamo spostati all’esterno per visitare gli impianti elettrici destinati alla trasmissione dell’energia: tre linee ad alta tensione ancora presenti e teoricamente predisposte per un eventuale riutilizzo del sito.

Costeggiando il Po, che forniva l’acqua necessaria al raffreddamento del reattore, siamo poi entrati nell’edificio principale della centrale. Salendo le scale si raggiungono i locali turbine, oggi completamente svuotati delle due enormi turbine da 180 MW e 86 MW che contribuivano alla produzione di energia elettrica della centrale. Al piano superiore si trova invece la storica Control Room, il vero centro nevralgico dell’impianto. Centinaia di manopole, indicatori, manometri e pannelli di controllo ricoprono ancora le pareti, testimoniando la complessità tecnologica dell’epoca. Infine siamo arrivati nel cuore della centrale: il reattore. Dopo aver indossato casco e dispositivi di protezione, abbiamo raggiunto l’accesso al core.

Il reattore è oggi in fase avanzata di dismissione: il coperchio del vessel è stato rimosso e il combustibile nucleare — uranio arricchito fissile — è stato trasferito da tempo in Francia per il riprocessamento. Una volta trattati, i residui del riprocessamento verranno restituiti all’Italia sotto forma di rifiuti vetrificati ad alta radioattività, destinati al futuro deposito nazionale, che ancora oggi non esiste. È evidente quindi che il nostro Paese dovrà prima o poi dotarsi di un deposito definitivo, la cui localizzazione è ancora oggetto di discussione. Attualmente il vessel, il contenitore d’acciaio del reattore dal peso di circa 200 tonnellate, è immerso in acqua, un elemento particolarmente efficace nel schermare le radiazioni. Durante il funzionamento della centrale, infatti, i neutroni prodotti dalla fissione attivano i materiali metallici del reattore, che è inoltre racchiuso e protetto da spesse pareti in calcestruzzo. Abbiamo osservato il reattore e le piscine di raffreddamento del combustibile nucleare esaurito: elementi estratti dal nocciolo del reattore e mantenuti immersi in acqua per dissipare il calore residuo e schermare le radiazioni.

La visita si è conclusa nei depositi temporanei dei materiali rimossi dalla centrale, custoditi in contenitori speciali e protetti da diversi strati di calcestruzzo e materiali assorbenti. Sono attualmente in costruzione nuovi edifici destinati a migliorare ulteriormente la sicurezza dello stoccaggio, in vista di un futuro trasferimento al deposito nazionale. Abbiamo infine osservato anche i cask, speciali contenitori utilizzati per il trasporto del combustibile nucleare.

Non posso però evitare alcune riflessioni più generali, sia scientifiche sia sociali, su ciò che oggi rappresenta il sito di Trino. Quello che emerge chiaramente visitando la centrale è il livello straordinario di tecnologia, professionalità e competenze che l’Italia aveva sviluppato nel settore nucleare e che, in gran parte, soltanto Sogin è riuscita a conservare e mantenere nel tempo. Le persone che hanno lavorato — e lavorano ancora oggi — in questi impianti possiedono una preparazione scientifica e tecnica di altissimo livello. I dipendenti Sogin con cui ho avuto modo di confrontarmi hanno mostrato una conoscenza ampia non solo del sito di Trino, ma dell’intero panorama nucleare europeo e mondiale, comprese tecnologie avanzate come i reattori autofertilizzanti al torio.

Dal punto di vista industriale ed economico, la centrale di Trino — pur essendo uno dei primi modelli realizzati su progetto statunitense — avrebbe potuto continuare a operare ancora per venti o trent’anni, producendo enormi quantità di energia elettrica. Oggi invece, quasi completamente smantellata, giace ferma da quasi quarant’anni, pur mantenendo tutta la complessità e la delicatezza tipiche di un impianto nucleare. Le operazioni di decommissioning sono inevitabilmente lente e complesse. La centrale non era stata progettata pensando alla sua futura dismissione: una visione forse miope, ma comprensibile nel contesto storico in cui fu costruita. Ogni intervento richiede studi accurati, valutazioni radiologiche, progettazione specifica e procedure rigorose per garantire la sicurezza nella rimozione dei materiali contaminati. Tutto questo richiede tempo, competenze e investimenti considerevoli.

A volte mi domando quale sarebbe stato il destino del nucleare in Italia se non ci fossero stati il referendum del 1987, Chernobyl e, più recentemente, Fukushima. Ancora oggi il tema soffre di una comunicazione spesso superficiale e, in alcuni casi, inesatta. Lo si vede chiaramente anche nella difficoltà di individuare un sito per il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi, tema che continua a suscitare forti opposizioni nelle comunità coinvolte. Oggi si torna a parlare di nucleare in Italia, ma al di là degli slogan e delle dichiarazioni politiche, credo sia indispensabile un lavoro culturale profondo. Senza una discussione seria, trasparente e scientificamente fondata, sarà difficile superare le resistenze dell’opinione pubblica. In ogni caso, qualsiasi scelta futura dovrà necessariamente tenere conto di tutti gli aspetti coinvolti: tecnologici, economici, ambientali e sociali.

 

    Ultima modifica 28 Maggio 2026

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