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A Cipro, per incontrare richiedenti asilo e rifugiati

L'esperienza di Giorgio Sambarino, collega dell'Ufficio Gestione Spazi e Approvvigionamenti Polo di Novara, da anni impegnato nel volontariato con la Comunità di S. Egidio di Novara.

Di Redazione

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Comunità di S. Egidio
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credits © Comunità di S. Egidio

Giorgio Sambarino, collega dell'Ufficio Gestione Spazi e Approvvigionamenti Polo di Novara, lavora in UPO dal 2001. Figura di riferimento per tutto il personale docente e tecnico-amministrativo-bibliotecario del polo novarese, è impeganto fin dai primi anni Ottanta nel settore del volontariato e collabora da allora con la Comunità di S. Egidio, di Novara.

Di seguito riportiamo la testimonianza del viaggio compiuto da Giorgio a Cipro, nell'estate del 2024, nell'ambito delle vacanze solidali della Comunità di Sant’Egidio.

 

Si parla tanto delle migrazioni, dei viaggi di chi cerca di raggiungere l’Europa mettendo a rischio la sua vita e quella dei suoi cari. I viaggi della speranza sono fatti da uomini, donne, bambini provenienti da paesi in guerra, dall’Afghanistan alla Siria, dall’Iraq al Congo, dalla Somalia all’Eritrea e tanti altri paesi.

Ho voluto partecipare alle vacanze solidali della Comunità di Sant’Egidio, tra il 21 e il 30 agosto. Sono stato a Cipro, nei campi profughi, per incontrare i richiedenti asilo e i rifugiati.

Da cristiano non sono potuto rimanere indifferente al dolore di tanti costretti a fuggire dalle loro terre, a causa di guerre o di situazioni molto critiche nei loro paesi.

Cipro, terza isola del Mediterraneo per estensione, è situata all’estremità orientale del Mediterraneo, a circa 70 km a sud delle coste turche dell’Anatolia e a 105 km dalla costa siriana.

È un paese diviso in due parti, quella greca a sud e quella turca a nord. Tra le due parti c’è una zona cuscinetto presidiata dall’ONU (da notare che la zona turca è stata riconosciuta solo dalla Turchia, ma da nessun altro paese).

È il terzo anno che durante l’estate, per cinque settimane, delegazioni della Comunità da ogni parte d’Europa convergono verso l’isola per incontrare i migranti, rafforzare il legame con loro, portare cibo, scuola, sollievo e amicizia.

Sono stato principalmente a fare accoglienza al Ristorante dell’Amicizia posto sotto un grande tendone nel campo profughi di Pournara, un campo adibito al primo ingresso e alle registrazioni dei migranti.

La cena era attesa con trepidazione da chi vive nel campo, perché era l’occasione per poter trovare non solo buon cibo, ma anche amicizia. In quei giorni a cena sono arrivate circa 250 persone.

Oltre al ristorante, i profughi potevano seguire corsi di lingua inglese, far giocare i più piccoli nell'area giochi, mentre i bambini più grandi partecipavano alle attività della Scuola della Pace.

Quando poi, verso sera, il caldo torrido calava e si alzava dal mare una brezza refrigerante, la giornata si concludeva con canti e balli.

I migranti erano per lo più famiglie e singoli provenienti principalmente da Siria, Afghanistan, Somalia, Iran, Kurdistan, Congo e anche dei ragazzi sudanesi, ex studenti universitari di Khartoum, scappati dalla capitale, ormai invivibile a causa della guerra.

Mi colpiva attraversare ogni giorno due grandi cancelli per entrare nel campo profughi, perché a differenza mia le persone che erano lì non potevano farlo.

Un giorno, nel Campo Profughi di Kofinou e di Limnes, dove vivono circa 600 adulti e 160 bambini e che si trova a circa 40 km dalla capitale, ci siamo occupati di distribuire alimenti per circa 450 persone. Sui volti delle persone abbiamo letto sentimenti di simpatia, felicità, ma soprattutto la richiesta di non essere dimenticati.

L’estate solidale, non ha voluto essere solo un insieme di attività, ma si è creato un legame inscindibile con chi, in fuga da guerra, fame e violenza, cerca in Europa un futuro e una stabilità che troppo spesso tardano ad arrivare. Futuro e stabilità non si realizzano passando di campo in campo, senza un progetto per il futuro, ma con l’inclusione e l’accoglienza, che restituiscono la dignità di esseri umani.

Le feste sono state un tratto caratteristico dei nostri incontri, perché sono lo spazio in cui tutti ritrovano il gusto di esprimere i propri ricordi, le proprie musiche, i propri giochi. Un esempio per tutti: abbiamo iniziato a far costruire degli aquiloni ai bambini, che erano davvero felici, ma pian piano i fratelli più grandi e i genitori stessi si sono appassionati a questa attività, perché in Afghanistan le gare di aquiloni sono uno sport nazionale. Immaginatevi che festa! Penso che il regalo più bello che abbiamo ricevuto, a coronamento delle giornate trascorse insieme, sia stato un disegno fatto da un’artista afghana, in cui tante mani di tanti colori diversi erano unite in un abbraccio comune, e la dedica pharsi diceva: “con voi c’è speranza”.

Attualmente stiamo lavorando per far uscire le persone dai campi profughi con il progetto dei corridoi umanitari. I corridoi sono una sorta di adozione, con la quale varie realtà della società civile, associazioni, famiglie, parrocchie accolgono per un anno e mezzo famiglie profughe, aiutandole a inserirsi nelle nostre città: avere una casa, andare a scuola, studiare l’italiano, avere un’assistenza sanitaria, i documenti e infine un lavoro.

Da quando esiste il progetto, sono arrivate in Italia circa diecimila persone, ritornando a vivere e sperare. Abbiamo storie bellissime di una vita che ricomincia e che aiuta anche l’Italia a ringiovanire!

H. e la sua bella famiglia, una moglie e due bambine, accolti da una parrocchia, sono venuti a vivere in provincia di Novara provenendo dal campo di Lesbo, in Grecia. In tre anni sono riusciti ad avere un lavoro a tempo indeterminato, una casa in affitto, la patente di guida; le bambine parlano un italiano perfetto, sono apprezzati dalla comunità e si impegnano a costruire un futuro fatto di speranza.

Una bella alleanza nata fra gente diversa sotto il segno della solidarietà, i corridoi permettono di sognare un mondo nuovo in cui è possibile vivere insieme.

Giorgio Sambarino

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